FRIULI VENEZIA GIULIA
OLIVER 11 ANNI
NICOLAS 8 ANNI
OTTOBRE 2026 – ESCURSIONE
Trekking al Vajont con bambini: il percorso ad anello da Casso tra natura, storia e memoria.
Ci sono luoghi che non si limitano a offrire splendidi paesaggi di montagna, ma che entrano dentro e toccano. La valle del Vajont, incastonata tra le Dolomiti Friulane e le prealpi venete, è esattamente uno di questi posti.

Insieme ad Oliver e Nicolas abbiamo deciso di esplorare questa zona con una camminata ad anello di 7,5 km e 215 metri di dislivello, un percorso perfetto da fare in famiglia che unisce la bellezza dei boschi a una delle lezioni di storia e memoria più importanti del nostro Paese.
La storia del Vajont: cosa accadde il 9 ottobre 1963
Per spiegare ai bambini dove ci trovavamo e il valore di questi luoghi, abbiamo ripercorso insieme la storia della diga e della valle.
Negli anni Cinquanta venne costruita la Diga del Vajont, una straordinaria opera di ingegneria per l’epoca: uno sbarramento a sbarra d’arco alto ben 261 metri, pensato per creare un enorme lago artificiale e produrre energia elettrica. Tuttavia, la struttura sorgeva proprio ai piedi del Monte Toc, una montagna la cui roccia era storicamente fragile e instabile.
La sera del 9 ottobre 1963, alle ore 22:39, avvenne la catastrofe: una massa gigantesca di roccia e terra (circa 270 milioni di metri cubi, il doppio del volume d’acqua contenuto nell’invaso) si staccò dal Monte Toc e scivolò nel lago nell’arco di soli 20 secondi. L’impatto fu devastante. Si sollevò un’enorme colonna d’acqua alta oltre 250 metri che travolse i borghi montani e scavalcò la diga, precipitando nella gola verso il fondovalle e spazzando via il paese di Longarone e diverse frazioni vicine.
Incredibilmente, la diga resistette all’urto rimanendo intatta ed è ancora lì a testimoniare la forza tragica di quella notte.
Perché il progetto andò avanti e perché gli abitanti non se ne andarono?
Una delle domande più spaventose e profonde che sorge spontanea è: perché si continuò a costruire e riempire il lago nonostante i segnali di allarme, e perché la gente non scappò?
Già durante gli scavi e i primi riempimenti dell’invaso apparvero evidenti crepe sul terreno, accompagnate da scosse sismiche e piccoli crolli. Nel 1960 si staccò persino una prima frana di circa 700.000 metri cubi. Nonostante questo, i responsabili della SADE (la società elettrica proprietaria dell’impianto) e diversi tecnici decisero di proseguire a tutti i costi. L’obiettivo era completare il collaudo della diga alla massima quota d’acqua per poter vendere l’opera allo Stato (tramite l’ENEL appena nata) al massimo del valore finanziario. Gli interessi economici e il prestigio ingegneristico prevalsero così sulla prudenza e sui crescenti dubbi scientifici.
Gli abitanti della valle vedevano la montagna spaccarsi e sentivano la terra tremare. Tuttavia, solo poche famiglie abbandonarono le proprie case. La stragrande maggioranza rimase perché le autorità e i tecnici rassicuravano continuamente la popolazione, minimizzando i pericoli e parlando di movimenti “sotto controllo”. Inoltre, per la gente del posto — montanari legati visceralmente alla propria casa, al lavoro e ai campi — andarsene senza un ordine chiaro o un’alternativa, significava perdere tutto. Mancò del tutto una comunicazione trasparente e un’evacuazione preventiva, trasformando una minaccia nota in una catastrofe annunciata.
🎬 Un film da vedere per approfondire:
Se desiderate ripercorrere la vicenda e le sue dinamiche storiche prima o dopo la visita, vi consigliamo il film Vajont – La diga del disonore (2001), diretto da Renzo Martinelli. Un racconto cinematografico di circa due ore che ricostruisce i fatti e la storia umana dietro la tragedia.

I borghi di Erto e Casso: identità e memoriaI due paesi principali che dominano la valle hanno un fascino antico e una forte personalità. Sebbene vicini in linea d’aria, sono separati dalla profonda gola del torrente e storicamente avevano usanze, tradizioni e persino dialetti diversi.
Casso, il nido d’aquila sulla roccia
Arroccato a circa 950 metri di altitudine, Casso è un borgo di pietra che sembra sospeso nel vuoto, direttamente affacciato sulla gola e sul Monte Toc. Passeggiare per le sue stradine strette e tra le case alte in pietra grigia permette di fare un vero salto nel tempo.
Nel paese si trova la mostra fotografica dedicata ai “Sassi di Casso“, che documenta l’architettura spontanea e la vita dura dei suoi abitanti. Inoltre, una sezione espositiva all’interno del borgo raccoglie reperti storici e oggetti della tradizione contadina locale: tra questi spicca un antico carretto in legno per il trasporto del fieno, insieme a pannelli ed elementi storici che raccontano nel dettaglio la vita quotidiana di un tempo e la dinamica di ciò che è avvenuto nel 1963.
Erto, l’anima della valle
Sull’altro versante si trova Erto, anch’esso caratterizzato da case in pietra con tetti spioventi e ballatoi di legno. Erto è suddiviso in una parte vecchia, rimasta in parte abbandonata dopo l’evacuazione e oggi testimonianza silenziosa della tragedia, e una parte nuova ricostruita più in alto. Passeggiare a Erto significa respirare la resistenza di una comunità che ha lottato per rimanere attaccata alle proprie radici.

Il nostro percorso ad anello: da Casso alla Diga e al Monte Toc
Il percorso ad anello prende il via proprio da Casso.
Lasciata l’auto nel parcheggio all’inizio di Casso, abbiamo imboccato il sentiero che si addentra nei boschi di montagna, scendendo gradualmente lungo il versante verso la diga. Camminare all’ombra degli alberi permette di assaporare il silenzio della natura, con splendidi scorci panoramici sulla valle e sulle pareti calcaree circostanti.
Proseguendo lungo il sentiero si raggiunge l’area della Diga. Qui si incontrano la chiesetta commemorativa e il piazzale con la lunga staccionata arricchita dai fazzoletti e nastri colorati.
È importante sottolineare che questa distesa di fazzoletti è dedicata esclusivamente ai bambini caduti nella tragedia: ognuno di essi porta infatti scritto il nome di un piccolo angelo spezzato quella notte del 1963. È un momento di fortissimo impatto emotivo.

Continuando lungo la staccionata si incontra una passerella metallica che permette di superare la zona vicina alla parete di roccia (utilizzata per le arrampicata). Da qui si segue una stradina secondaria a ridosso del Monte Toc.
⚠️ Attenzione al tratto sporgente di sassi:
Ad un certo punto quasi al termine del percorso sterrato, prima di raggiungere un ampio parcheggio, lungo questa stradina ci si imbatte in un breve tratto di circa 10 metri caratterizzato da sassi affioranti e terreno un po’ scivoloso e sporgente. È un punto a cui prestare molta, molta attenzione, specialmente se ci sono bambini. Il consiglio pratico che vi diamo (e che abbiamo applicato noi) è quello di alternarsi costantemente: un adulto, un bambino, un adulto, un bambino, in modo da procedere con la massima sicurezza e dare sempre una mano ferma ai più piccoli nei passaggi più instabili. Superato questo tratto, il percorso sbuca in un’area di sosta/parcheggio e attraversa la zona industriale di Frasein, affrontando infine l’ultima salita che vi riporta nel cuore di Casso.
Scheda tecnica dell’escursione
Partenza e arrivo: Casso (PN)
Lunghezza: 7,5 km circa
Dislivello positivo: +215 m
Tipologia: Anello
Difficoltà: Escursionistico (adatto a famiglie con bambini abituati a camminare, con un tratto di 10 m a cui prestare particolare attenzione)
Punti di interesse: Borgo di Casso, mostre storiche e “Sassi di Casso”, boschi del versante, Piazzale della Memoria con i fazzoletti dei bambini, Diga del Vajont, parete del Monte Toc.
TRACCIA DEL PERCORSO: KOMOOT

Curiosità e pillole di storia lungo il cammino
Perché si chiama Monte Toc? Nel dialetto locale la parola “toc” significa “pezzo” o “rotto”. Un nome quasi profetico per una montagna il cui fianco era destinato a staccarsi interamente.
Dialetti e comunità: Prima delle strade moderne, Erto e Casso erano così isolate tra loro che a Casso si parlava un dialetto di origine bellunese/cadorina, mentre ad Erto un dialetto con forti influenze ladino-friulane!
I sassi di In Viaggio con Bilillo: Come nostra abitudine durante le escursioni in famiglia, lungo questo percorso abbiamo lasciato alcuni sassi decorati e dipinti a mano! Se verrete a fare questo trekking e ne trovate uno, scattate una foto e mandateci un messaggio su Instagram o sul blog!

Consigli pratici per la visita
Visita guidata: Se desiderate camminare sopra il coronamento della diga con una guida del Parco Naturale Dolomiti Friulane, potete prenotare i biglietti in anticipo o verificare la disponibilità al momento presso la biglietteria sul posto. Ad ogni modo, l’area circostante, il piazzale dei fazzoletti e i punti panoramici sono liberamente accessibili.
9 ottobre 1963, per non dimenticare.
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